E’ un gioco, o una scultura….. forse non lo so nemmeno io: è un’opera nata quasi per caso ma che non smette di suggerirmi pensieri a volte leggeri, altre volte profondi. il solo peccato è che il modo migliore di usufruirne sia….giocarci! E via web è proprio imposibile! Da qui l’idea di un video (il primo di una serie) che potete trovare in youtube (al link, http://it.youtube.com/watch?v=M3jju4fMwHo) o sul mio profilo di FaceBook o Myspace. Buona visione!
L’Associazione Sassetti Cultura
con il patrocinio della provincia di Milano
Presentano
L’amore è un cane che viene dall’inferno
Nel segno di Bukowski
inaugurazione giovedì 16 ottobre 2008 ore 18.30
Un progetto di Attilio Zanchi e Lorenzo Argentino
A cura diVera Carminati
Espongono: Claudio Bettolo, Claudia Bonandrini, Massimo Brazzini, Silvano Brucella, Stefano Calcinella, Giovanni Cerri, Giorgio Da Valeggia, Giorgio Del Basso, Anna Epis, Marina Falco, Ramona Gliga, Ivan Grebenshikov, Birgir Johansson, Nadia Magnabosco, Virginia Panici, Lorenzo Pietrogrande, Branko Rakić, Giacomo Rossi, Alessandro Sala, Samuela Segato, Senso, Jacopo Silvestri , Angela Viola, Attilio Zanchi, Giulio Zanet, Sasha Zelenkevich
COSÌ L’IDIOTA FA POLITICA
Una reazione dei sensi, una poesia carnale, senza redenzione. Un’epica dell’eroe ridotto all’osso, senza fronzoli. Los Angeles come Itaca, e come il mare. Insidie e donne, dee e puttane. Bukowski vuole una adesione totale alla terra. È ciò che reclama, con la forza di chi difende un valore, senza ideologie. La finitezza resa estrema è la chiave per la comprensione dell’uomo. Un uomo che è urlo di dolore, belva che placa la sua fame, desiderio che non si lascia addomesticare. Un gatto, un uccello, la tigre, l’assassino. Sullo sfondo amore, sguardo di bambino: uno stupore che fa brillare di una luce pura, e tagliente, il senso di una bellezza semplice, ingenua, ingiusta. Immeritata come il dolore. Assurda leggerezza e notti come piombo: Bukowski scrive la contraddizione. Sull’orlo, sul confine, si muove tra due mondi, smascherandone le forze oscure, le intricate trame, alla luce impietosa di un sole splendido e lontano, di una luna fredda e del suo fascino terribile. L’Europa è nei suoi versi: la musica, la letteratura, Mahler e Brahms, Céline. Nietzsche e Schopenhauer: lucidi pensieri che non hanno bisogno di consolazione. Ma soprattutto l’America e la sua ostinata negazione: forse Whitman, il sogno e la delusione, il jazz, le strade della città come ragnatele e bar, e fumose stanze e speranze esangui scavate dal niente. Ancora la contraddizione è protagonista. Euforia e amarezza, bellezza e nausea, sofferenza e passione, il dentro è fuori, il privato è il pubblico, il cesso è la polis. Bukowski vuole essere un idiota, chi si interessa solo di sé, del soddisfacimento della propria passione, come del nucleo più profondo della propria identità. Da odiare, eppure da accudire, difendere, affermare, da riconoscere con sguardo disincantato e sofferente, con l’orgoglio e la vanità di chi non ha alibi. Di chi scaglia via idoli o dei. Non ci sono schemi cui far presa, ma solo il tesoro di una tesa, micidiale volontà che persino il nulla e il delirio della follia sono costretti a lasciare intatta. Perfetta e meschina. Immagini stanche di morte, di disgregazione, cadaveri, il non senso e la disperazione si stringono a folgorazioni di una bellezza istantanea, abbacinante, con una naturalezza che è quella di chi crea, non di chi ripete. Così il poeta, il narratore dell’epica dell’antieroe si invischia nella finitezza opaca dell’anima, tanto individuale da avere il peso di una fisionomia, di un corpo- invecchiato, violato, malato, esaltato, scoperto, amato. E nello stesso tempo ha una vocazione universale, una tensione utopica che è sussulto, palpito, interrogativo. L’appello a un risveglio dal torpore della convenzione, che rinuncia alle semplificazioni, a separare i buoni dai cattivi, alle facili lusinghe della razionalità, della convivenza pacifica, della legge che compone, irreggimenta e rassicura. Così l’idiota fa politica. È l’esaltazione della precarietà e della debolezza della condizione umana. Il risveglio di Bukowski, ottenuto attraverso l’alternanza di scandalo e incanto, è anti-illuministico. Non è la ragione che salverà l’uomo. Forse già perduto, dannato… l’amore come “un cane che viene dall’inferno”. Ma la passione è ciò per cui vale la pena sentire la contraddizione. Bukowski non cerca redenzione nei suoi racconti. Questo teatrino di maschere è dramma reale che sembra lasciare il marchio sulla carne, i volti dell’uomo sono tutti raccolti, giocati, scoperti. Non c’è via di scampo. Nessun bisogno di correggere o abbellire. Rassegnazione e insieme rivolta. Un rigurgito dall’inferno, un tuffo nel baratro, l’orrore, l’illimite, la pazzia. E in questa radura delle umane metafisiche, l’occhio del poeta è capace di una contemplazione radicale. Coglie e crea una bellezza struggente e inattesa, come un dono. L’arte di Bukowski oscilla tra ironia e ingenuità, passione e delusione feroce. È abissale ripiegamento, consapevolezza che sprofonda dentro se stessa, alla radice del male, del niente. Lo scherzo e l’assurdo procedono di pari passo. Il male è senza ragione. Anche il bene. E il riso, dissacrante, è l’ultima figura di un dolore totale. Nel pugno chiuso, disperato, che Bukowski scaglia contro l’uomo, non cenere, ma parole “magari monche e smozzicate”, senza maiuscole, lucenti come frutti, colorate come la città. Contro il rigor mortis delle parole limate, delle perifrasi accurate, del verbo cesellato, la parola semplice e scintillante. E l’idiota parla per tutti.
l’intuizione semplice ma geniale di un amico ed eccellentissimo pittore ha dato un nome comune ad alcune opere recenti tra le quali è inclusa “femme”: l’ultima pubblicata su questo sito. Si tratta degli “effimeri” che non sono altro che tutte le sculture realizzate con imballaggi di recupero. Contrariamente a quanto si può pensare, il motore principale di questa scelta non è una motivazione ecologica (peraltro condivisibile e sacrosanta) ma una precisa volontà estetica e politica di rappresentare la precarietà quale condizione esistenziale imprescindibile dall’uomo che, purtroppo, è portata all’esasperazione per noi, donne e uomini contemporanei.