tra arte e psichiatria
17 Febbraio 2008“Communitas” è una rivista di approfondimenti diretta da Aldo bonomi che si può trovare on line o presso tutte le librerie feltrinelli. nel dicembre 2006 è uscito il numero, intitolato “le apocalissi della mente (il racconto del dolore e la cittadinanza teraputica)”. All’interno c’è anche un mio intervento che, per quanto minimo, cerca di spiegare le inaspettate sinergie tra il lavoro di scultore e quello di operatore in un progetto sperimentale di psichiatria di strada. In tanti mi hanno posto domande sul senso di questo duplice impegno: non ho risposte certe, ma mentre scrivevo quanto segue ho trovato almeno degli indizi.
Umani d’autore
“Un artista, che artista sia, impiega le misure che non si possono misurare, perché è più vicino a Dio che alla terra, perché vede ciò che gli altri non vedono, parla come gli altri non sanno e con mezzi che gli altri non possono avere. Perciò l’artista è pazzo, la sua misura fra gli uomini non è stata ancora scoperta.”
Un segno, poi un altro e un’altro ancora che si sovrappone in parte agli altri due. Poi un quarto più grosso e un quinto più fine che corrono quasi paralleli sulla superficie del foglio. In pochi secondi i segni si moltiplicano intersecandosi o divergendo fino a formare una massa apparentemente informe di linee scure su un foglio non più bianco. Spesso, quando inizio a disegnare davanti ad altre persone mi accorgo dagli sguardi interrogativi o dalle domande più o meno discrete, che chi mi circonda non riesce a vedere sul foglio quello che a me sembra evidente. E questo succede anche quando magari sto disegnando un pupazzetto per la mia nipotina di due anni. Il fatto è che sono uno scultore e, col tempo, ho imparato ad accostarmi al foglio bianco in maniera particolare. Un pittore, per quanto moderno o trasgressivo sia, sa che il suo spazio di azione è forzatamente limitato da due dimensioni: altezza e larghezza. Non che questo renda le cose più semplici – tutt’altro – ma, sicuramente è ben diverso che doversi confrontare con l’indefinitezza delle tre dimensioni. Se il soggetto di un pittore deve per forza di cose riempire una tela – che è di per sé uno spazio virtuale definibile in due dimensioni – la scultura non può far altro che riempire una parte dello spazio reale. La “tela” dello scultore non è bianca e immobile: è un mondo in continua evoluzione: la scultura deve poter dialogare con le mura asettiche del museo come con i mobili di casa mia; deve poter stare in una piazza come in una chiesa e, soprattutto, deve – probabilmente vuole – dialogare con le persone: con l’altezza dell’uomo, come con quella del bambino, con lo sguardo ravvicinato dalla schiena ricurva dell’anziano come con quello distanziato dal ventre rigonfio della donna incinta. E allora il progetto di una scultura non può più essere un semplice disegno prospettico che dia l’illusione geometricamente esatta di altezza, larghezza e profondità ma deve contenere in sé anche la dimensione mutevole e inafferrabile di quel mondo vivo e dinamico del quale la scultura stessa potrebbe far parte. E così torniamo a quel disegno pieno di linee sovrapposte che altro non sono che una semplice tecnica che serve a mediare tra la bidimensionalità del progetto e le tre dimensioni del “prodotto” finale: il disegno scaturisce dalla sovrapposizione di decine di linee tracciate rapidamente l’una sull’altra e troverà il suo compimento in quel tratto più sicuro ed inciso che avrà saputo trarne una delle possibili sintesi. Questa “matassa” di linee – apparentemente confusa ma sicuramente dinamica - potrà forse allora dare l’illusione di un oggetto inserito in un contesto tridimensionale, circondato da aria, volumi, cose e persone. Afferrare anche solo l’intuizione di questo spazio – col disegno prima e con la scultura poi – è un po’ come codificare quella che il maestro Arturo Martini definiva la “quarta dimensione” che poi altro non è che il dialogo muto fra la scultura e chi la osserva: sia questo un semplice fruitore o lo scultore stesso. Non ho mai cercato di forzare le similitudini o le divergenze fra il mio lavoro di scultore e quello di educatore: sono due dimensioni lavorative e – ognuna a suo modo – creative che fanno parte di me e mi stimolano quotidianamente. Certo, il lavoro in strada con persone affette da importanti patologie psichiatriche non può far altro che stimolare una ricerca creativa incentrata sull’uomo. Di contro ho sperimentato che la formazione e la pratica artistiche mi hanno spesso fornito spunti interessanti nel lavoro di educatore. Talvolta mi è capitato di verificare come il metodo di lavoro in due professioni tanto diverse sia fondamentalmente simile e, a volte, interscambiabile. Molti sono dunque i punti di unione fra le due discipline che pratico ma, per quanto affascinanti e stimolanti, sono perlopiù fortuiti o casuali, tanto più che negli anni ho sempre cercato di mantenere ben distinti i due percorsi lavorativi, sia in termini pratici che contenutistici. Nonostante questo, però, ci sono degli aspetti di queste “convergenze” che non si esauriscono in una fortunata quanto fuggevole coincidenza ma continuano ad evolvere e ad interrogarmi su entrambi i “fronti” del mio impegno. Uno di questi è per l’appunto il tema di quella che per semplicità continuerò a chiamare “quarta dimensione”. In ambito scientifico questa è la definizione che sta ad indicare il “tempo”; in quello fantascientifico non si contano i racconti che parlano di dimensioni spaziotemporali alternative al nostro mondo che portano, per l’appunto, il nome di “quarta dimensione”. Nel nostro caso – che pur in qualche modo si trova ad essere contiguo ai due appena descritti – vorrei far riferimento a quello spazio dinamico che interessa la scultura e i suoi fruitori: quello stesso spazio che si nasconde tra le innumerevoli linee del disegno sopra descritto. Una stazione ferroviaria, il centro di Milano d’inverno dopo le nove di sera, una piccola strada senza uscita in un quartiere poco abitato, un’auto abbandonata: sono tutti spazi della strada. Certo, dalla stazione si può passare per prendere un treno, in centro la sera ci si può andare per vedere un film, mentre magari nella piccola via o a fianco dell’auto abbandonata possiamo parcheggiare l’auto prima di andare da qualche altra parte. Ma questi luoghi sono lì a prescindere dalla loro funzione di transito. Questi luoghi sono come la strada, sono la strada stessa: spazi e geografie da attraversare e dove non si sosta. Chi si ferma a viverli (o per viverci) entra in una dimensione diversa, un “luogo/non luogo” garante di un anonimato quasi assoluto e foriero di numerosissime possibilità di adattamento: tutte le strutture – fisiche e sociali – cui siamo abituati attribuire una specifica funzione, possono, nella “quarta dimensione” della strada essere riassegnate a ruoli diversi. I portoni diventano ripari, le stazioni piazze o rudimentali agorà, le panchine diventano appartamenti e le case, talvolta, confini invalicabili. In un simile contesto la malattia mentale può trovare quello spazio creativo e adattativo che spesso l’ambiente circostante le nega, così come la persona che ne è affetta non deve più adattarsi alle regole dell’istituzione (sanitaria, sociale, familiare) ma può cercare almeno un parziale – per quanto disagevole – equilibrio riassegnando a suo quasi esclusivo piacimento i significati e i simboli alle strutture significanti della cosiddetta società civile. La strada diventa così il foglio bianco, lo spazio muto fra scultura e fruitore, fra scultura e scultore e, forse, le opere d’arte che su questo foglio si possono disegnare, altro non sono che le relazione nuove e inaspettate che in questa dimensione “altra” si vengono a creare. E chiunque cerchi di promuoverle o in qualsivoglia maniera ne diventi partecipe, si trova suo malgrado ad essere lo scultore: interprete di quel metalinguaggio che descrive questo spazio e questo tempo tanto particolari. In questo contesto i ruoli non variano – utente, educatore, paziente e psichiatra rimangono tali – ma probabilmente non si può dire lo stesso delle relazioni e degli equilibri di forza che le caratterizzano. “Entrando” da visitatori nella dimensione della strada non si può far altro che cercare di impararne linguaggi e regole – per quanto mutevoli, non scritte e spesso differenti da persona a persona-: non possiamo imporre il progetto delle nostra “scultura” ma, dobbiamo capire se ci sia spazio per accostarlo a quelli delle persone che incontriamo. E allora, noi e loro, dobbiamo cercare fra quelle innumerevoli linee tracciate sul foglio fino a riuscire a scorgere il disegno migliore; dobbiamo sederci di fronte al tronco ancora informe per riuscire a cogliere nelle venature del legno qualcosa che assomigli a quello che progettavamo di scolpire. E sulle queste stesse venature dobbiamo rimodellare il disegno e il progetto per arrivare finalmente a scolpire. Ovviamente questa è un’immagine che può servire solo per rappresentare simbolicamente un lavoro complesso fatto anche di regole, tempi e spazi molto più consueti. Non mancano le fatiche, gli errori e le incomprensioni, così come strumenti e metodologie di intervento ben più comuni. Ma è innegabile che ci sia qualcosa, in questo lavoro, che sfugge dalla consuetudine e dalla quotidianità. Qualcosa, riprendendo la citazione iniziale, che ha diverse “misure”, che si vede solo spostando il punto di vista in una posizione inaspettata. Per entrare in questa dimensione bisogna probabilmente mettere in atto un processo creativo che annulli, almeno per un momento, la distanza tra creatura e creatore: come lo scultore cerca fra le righe del disegno e si lascia interrogare dalle venature del legno, così l’utente, lo psichiatra e l’operatore mettono in comune linguaggi e risorse, storie e geografie, spazi e tempi diventando al tempo stesso modellatori e modellati, scultori e sculture: umani d’autore.